Please Baby Please: il musical lynchano di Amanda Kramer

Please Baby Please – disponibile su MUBI dal 31 marzo – è un musical dall’impianto thriller che trova subito il suo posto all’interno del catalogo perché racchiude in sé molti degli elementi che hanno permesso al player indipendente di ritagliarsi uno spazio nel mercato dello streaming. Amanda Kramer, qui al suo terzo lungometraggio, entra infatti nella lunga lista di giovani cineaste con cui la piattaforma sta cercando di ribaltare gli ordini di un’industria patriarcale (prime fra tutte Emma Seligman con Shiva Baby e Charlotte Wells con Aftersun), e non è un caso che Please Baby Please, come molti altri titoli su MUBI, vada a trattare temi molto cari alle nuove generazioni: femminismo, sessualità, identità di genere, mascolinità tossica.

Il pubblico di riferimento, quindi, troverà pane per i suoi denti in un film che parla di temi attuali con una certa libertà e indipendenza, attraverso soluzioni visive più o meno interessanti. Ma sotto una patina lucida, Please Baby Please si rivela meno nuovo di quanto sembri e non riesce del tutto a innovare o a sorprendere.

Il film si apre con una banda di teppisti vestiti con giacche di pelle che si muovono coreografati nei bassifondi di New York. Siamo negli anni ’50 e il rimando al musical – in particolare a West Side Story – è immediato, anche se subito spezzato dal pestaggio violento di una coppia. Gli sposi Arthur (Harry Melling) e Suze (Andrea Riseborough) assistono all’omicidio, impietriti. Arthur e Teddy (Karl Glusman, il capo della gang) si scambiano un lungo sguardo, la macchina da presa in soggettiva scende lentamente fin sotto la cinta del criminale. Dopo questo incontro, le convinzioni di Arthur e Suze sui ruoli di coppia cominceranno a sgretolarsi: il primo si sentirà sempre più attratto dalla figura di maschio alfa che ha sempre rifiutato, mentre la seconda comincerà a trasformarsi in esso.

Ma facciamo un salto indietro. Nel 1990 Cuore selvaggio di David Lynch si apre con Nicholas Cage sulle scale di un palazzo d’alta classe. Lo vediamo a disagio, fuori luogo. Indossa la sua giacca di pelle di serpente, simbolo della sua individualità e della sua fede nella libertà personale. Uno scagnozzo della madre della sua ragazza lo minaccia e Cage gli fracassa il cranio selvaggiamente, le cervella sparse sul pavimento di lusso. Poi guarda in alto verso la madre, con uno sguardo tanto violento quanto carico di tensione sessuale. Questa sequenza d’apertura, oltre ad essere una delle più audaci della storia del cinema, contiene in pochi minuti molti dei temi e dei simboli ricorrenti di Please Baby Please.

La violenza maschile, l’individualità, il sesso, e persino la giacca di pelle sono tutti elementi alla base del film di Kramer, che è lynchano anche e soprattutto nei comportamenti bizzarri dei suoi personaggi. Nel tentativo di mettere in scena una parodia del musical classico – massimo esempio della standardizzazione industriale e sociale – assistiamo a dialoghi e movimenti caricaturali, a tratti cartooneschi, che però non riescono mai ad essere divertenti, men che meno pungenti. Please Baby Please, quindi, è a metà tra un goffo pamphlet femminista e lo spettacolo di una piccola compagnia teatrale che sente il bisogno costante di ribadire la propria posizione con battute didascaliche e raramente segnanti.

Anche sotto il lato fotografico, il film non eccelle particolarmente. Il “blu velluto” nel quale sono immerse le inquadrature viene sempre più invaso dal rosso: dapprima limitato solo a poche luci soffuse e al riflettore puntato sulla Riseborough, sul finale è lui ad essere padrone della scena, simbolo dell’avvenuta trasformazione nel maschio alfa violento. Seppur la resa possa essere a tratti piacevole, il tutto risulta poco ispirato e diventa presto ripetitivo.

Se c’è una cosa che salva il film, quella è Andrea Riseborough. Protagonista assoluta della pellicola, è lei al centro dei (pochi) numeri da musical ambientati nell’appartamento di Maureen, la matura vicina del piano di sopra (Demi Moore, anche lei ottima). Come nella pop art di Richard Hamilton, la figura femminile è circondata da elettrodomestici e assume il ruolo di housewife americana, ma è così che le mansioni da casalinga (come fare il bucato o stirare) si trasformano in performance in cui l’attrice si scatena in modo selvaggio e sensuale, dove è al tempo stesso dominatrice e dominata. A parte questo, Please Baby Please è un film poco convincente e pedante, segnato da dialoghi ridondanti e da una fotografia insicura. Le intenzioni sono nobili, ma l’esecuzione è povera e nemmeno una Andrea Riseborough in stato di grazia riesce a far trovare all’opera una sua dimensione. La speranza è che MUBI, per la costruzione del suo catalogo, non adotti un modello simile a quello delle produzioni originali Netflix: un modello che vede l’identità del brand schiacciare la diversità e soprattutto la qualità dei titoli, in favore di formule approvate e riconosciute dal proprio pubblico.